Usi costumi e tradizioni

Data di pubblicazione:
17 Ottobre 2019
Usi costumi e tradizioni

LE TRADIZIONI E LE FESTE


L’attività, quasi esclusivamente agricola e pastorale, esercitata dagli  abitanti di Gergei ne ha condizionato gli usi, i costumi e le tradizioni, che rimangono quelli tipici dei paesi dell’interno della Sardegna, con varianti che ne caratterizzano la peculiarità.
Le tradizioni giunte fino ai nostri giorni sono quasi sempre legate ai festeggiamenti dei Santi invocati, come protettori delle attività agro-pastorali, tipiche dell’economia del luogo. Il tutto a significare la profonda religiosità degli abitanti e la grande venerazione che essi anticamente avevano per i Santi protettori.
In questa prospettiva vanno visti i festeggiamenti che ancora oggi di svolgono in onore di San Sebastiano, di San Biagio, di Santa Greca, del patrono San Vito e di Santa Maria Assunta. Ognuna di queste festività si celebrava e si celebra ancora con antichi riti, secondo vecchie tradizioni che il tempo non ha cancellato.
La festa di San Sebastiano, che ricorre nella terza domenica di gennaio, è la festa degli agricoltori che si invocano a questo Santo affinché il loro lavoro sia compensato con un copioso raccolto.
Ancora oggi moltissimi agricoltori partecipano con devozione alla caratteristica processione, che il giorno della festa si svolge per le strade del paese con tutti gli animali da lavoro ornati a festa: i buoi aggiogati e inghirlandati con fiori e frutta di stagione; i cavalli abbelliti da collari in tessuto finemente ricamato cui stanno appesi allegri sonagli.
LA FESTA DI SAN BIAGIO E LA TRADIZIONE DE "SU SUSSINEDDU"
La festività più caratteristica ed importante è però quella di San Biagio, “Santu Brai”, che si celebra il 3 febbraio e che rinnova ogni anno la tradizione de “Su Sessineddu”, unica in Sardegna e, forse, in Italia ed in Europa.
Anche questa festa ha carattere propiziatorio, con essa, infatti, la tradizione popolare chiede al Santo una speciale protezione, contro i malanni dell’inverno, ed in particolare contro i mali della gola.
I protagonisti della festa sono i bambini; essi sono gli “obrieri” e come tali, parte attiva dell’intera organizzazione. “Su capobreri”, nominato quattro anni prima da un suo predecessore, nomina a sua volta il suo successore, che, quattro anni dopo, sarà il responsabile e l’organizzatore della festa.
Questa ha inizio la sera della vigilia intorno al falò che “is obriereddus” hanno preparato, con la legna e le erbe aromatiche raccolte in campagna alcuni giorni prima, nel sagrato della chiesa, quasi come novelli sacerdoti di una cerimonia che affonda le radici nella notte dei tempi.
 Al suono dei ritocchi festosi delle campane il falò viene acceso, tutti si fanno attorno e, illuminati dal bagliore delle fiamme, iniziano a suonare, cantare e ballare. I piccoli organizzatori e responsabili della festa distribuiscono ai presenti “is piricchitteddus”accompagnati dal solito vino bianco e da tanta innocente allegria.
In ogni casa intanto si prepara “su sessineddu”, una composizione di frutta e fiori tenuti insieme dalle foglie lunghe e piatte del “sessini” (pianta della famiglia delle cipacee, tipica dei luoghi caldo-umidi e palustri) cui si appendono fichi secchi, pezzetti di lardo e di salsiccia, un rosario fatto con la pasta e cotto al forno con il pane, grappoli di profumatissimi narcisi e “su cordonittu”, un cordoncino di lana ritorta di diversi colori, che in seguito sarà portato al collo per l’intero anno, come scapolare per proteggersi dalle disgrazie e dal mal di gola.
Su sessineddu, tenuto al caratteristico cappio, il giorno della festa viene portato in processione da tutti, bambini ed adulti, e quindi in chiesa dove, alla fine della messa, viene solennemente benedetto dal celebrante.
Sull’origine del rito della benedizione de “su sessineddu” non si hanno precise notizie, se non quelle che lo possono accomunare agli usi e alle tradizioni della religiosità popolare, tipica delle società con economia a carattere prevalente agricolo e pastorale. Le ipotesi che però si possono formulare su questa tradizione, che non ha uguali in altre parti, sono suggestive.
La sorprendente somiglianza de “su sessineddu” con il grappolo di giunchi e di melagrane tenuto in mano da un giovinetto raffigurato nella parete di una millenaria tomba ritrovata a Tebe, nell’alto Egitto, potrebbe far pensare ad un rito propiziatorio che viene da lontane regioni del Medio Oriente e che ha origini che si perdono nel tempo.
LA FESTA DI SANTA GRECA
Mentre San Sebastiano è la festa degli agricoltori, Santa Greca, che si celebra il primo maggio nella omonima chiesetta, è la festa dei pastori che la organizzano ogni anno con grande impegno e partecipazione.
In tempi passati la chiesetta, posta in cima ad un colle nelle immediate vicinanze del centro abitato, era dedicata a Sant’Elia ma nell’anno 1793, il Municipio dopo averla ristrutturata ed ampliata, la dedicò al culto dei Santi Efisio e Greca in ricordo e per ringraziamento della vittoria riportata, il 28 aprile di quell’anno, dai Sardi contro i Francesi sbarcati sulle coste cagliaritane.
Un gruppo di pastori a cavallo, con in testa il capo obriere con la bandiera, guidano ancora oggi la processione che porta il simulacro della Santa fino alla chiesetta in cima al colle, dove, dopo la celebrazione delle funzioni religiose, iniziano i festeggiamenti e al suono della fisarmonica e delle più caratteristiche “launeddas” si danza il tradizionale ballo sardo, si canta, si discute tra amici e si ammira il sottostante piccolo paese illuminato dal sole al tramonto.
La festa riprende il giorno successivo con la messa solenne e la predica, e con il pranzo, a base ovviamente di pecora bollita con patate e cipolle, che i pastori offrono a tutti i presenti. Nel pomeriggio, un’altra processione con in testa, un gruppo di pastori a cavallo, riporta la statua della Santa nella chiesa parrocchiale.
LA FESTA DI SAN SALVATORE
Con l’arrivo delle prime tiepide giornate di maggio e più precisamente nella seconda domenica del mese, la tradizione vuole che si celebri la festa campestre di San Salvatore. Per l’occasione, la chiesetta, situata al centro di una bellissima vallata interamente coltivata ad ulivi, viene rimessa a nuovo dagli obrieri per essere degna di ricevere il simulacro del Santo, portato in processione dal paese.
Questa festa può definirsi la festa dell’amicizia, del ritrovarsi, della primavera. Essa richiama una folla di gitanti che, sotto i centenari ulivi in fiore, trascorrono l’intera giornata allegramente, in compagnia di parenti ed amici, a diretto contatto con la natura resa più bella e accogliente dalla primavera.
Per l’occasione moltissimi gergeesi, residenti a Cagliari o in altri centri della Sardegna, ritornano, accompagnati da amici e conoscenti, per incontrare i paesani e trascorrere in allegria una giornata diversa, tra il verde ed i profumi di una campagna mai dimenticata.
Per molti la festa inizia di buon mattino, quando si esce da casa con i cesti colmi di tutto l’occorrente per il pranzo all’aperto; di prima mattina s’incominciano ad occupare gli angoli più belli e suggestivi della campagna circostante la piccola chiesa campestre, nei pressi di un ruscello, all’ombra di un lussureggiante boschetto, sotto gli ulivi.
A mattina inoltrata incominciano ad arrivare gli ospiti, parenti che stanno in città, vecchi amici d’infanzia, colleghi di lavoro; assieme si raggiunge il sagrato della piccola chiesa bianca, lasciando il più esperto “arrostiture” vicino al fuoco ad accudire l’arrosto.
I rintocchi della piccola campana avvertono tutti che la Messa sta per iniziare, molti si accalcano all’interno della chiesetta, gli altri stanno fuori a chiacchierare. Tutt’intorno si sente il profumo invitante dell’arrosto, misto a quello più tenue dei fiori di campo.
La messa è finita, ogni gruppo si ricompone e si dirige al luogo prescelto dove l’arrosto è fumante e tutto è ormai pronto per il grande pranzo. Alla fine del pranzo tutti ritornano sul sagrato dove la fisarmonica ha iniziato a suonare.
LA FESTA DEL PATRONO SAN VITO
A metà giugno, quando le messi incominciano a diventare dorate, si celebra la festa del Patrono del paese: San Vito Martire.
È questa una festa più composta, più intimamente religiosa, meno rumorosa: la processione con cui si porta per le vie del paese il simulacro del Santo, con in mano un grande mazzo di spighe dorate, il solenne panegirico tenuto da un predicatore appositamente chiamato per la festa, la messa cantata. È quasi un rito di ringraziamento al Santo Patrono, spesso invocato durante l’anno dagli agricoltori, quando la siccità inaridisce i campi, quando il maltempo danneggia il raccolto, quando il vento caldo del deserto brucia prematuramente le messi ancora verdi.
LA FESTA DELL'ASSUNTA E LA PROCESSIONE
La festa più importante è sempre stata quella di Santa Maria Assunta, che si celebra a metà agosto e dura per alcuni giorni. In tempi lontani alla festa era abbinata una fiera, che durava tre giorni.
Da quando l’emigrazione ha allontanato da Gergei centinaia di abitanti, questa festa che si celebra proprio a ferragosto, è diventata anche la festa degli emigrati perché in questa occasione quasi tutti rientrano in paese per trascorrere con i parenti alcuni giorni di vacanza.
La sera della vigilia, si accompagna in processione per le principali strade del paese il bellissimo simulacro della Madonna Assunta, adagiata in uno splendido catafalco con ai lati le sculture di quattro angeli; per l’occasione la statua della Vergine è rivestita con abiti di seta finemente ricamati con fili d’oro e d’argento ed adornata d’antichissimi e preziosi gioielli.
La processione è generalmente preceduta da un drappello di uomini a cavallo, da gruppi in costume, da tutte le associazioni religiose  e dalla banda musicale; moltissimi fedeli accompagnano il simulacro nella bianca chiesetta di Santa Maria dove è celebrata la messa che conclude le cerimonie religiose della vigilia.
La mattina del giorno successivo è ancora dedicata alle celebrazioni religiose con l’antica chiesetta, un tempo dei Gesuiti, gremita di fedeli che si accalcano attorno al simulacro della Madonna Assunta per un atto di devozione, per una supplica, per un ringraziamento.
IL COSTUME TRADIZIONALE
Durante le processioni, in occasioni di alcune feste si indossa il costume tradizionale di Gergei, che ancora molte famiglie conservano gelosamente.
Il costume femminile è caratterizzato da una lunga gonna, in tessuto “de abordau”, a strisce rosse e blu che formano tante piccole pieghe, molto strette, unite insieme ai fianchi, da un corpino corto, “su cassu”, in broccato a fiori, guarnito con fili dorati all’estremità delle spalle e abbottonato con una serie di ganci o, quando questo diventa stretto, con due cordoncini di cotone che s’intrecciano sul davanti.
Sotto il corpino si nota la bianca camicia di tela di lino, con polsini stretti finemente ricamati a nido d’ape e maniche molto larghe e vaporose. Il costume si completa con un ricco scialle a fiori, ricamato con fili di lana colorata, e contornato da lunghe frange, da un grande fazzoletto in seta o cotone e da un grembiule, anch’essi ricamati a mano con raffinatezza.
L’abbigliamento dei giorni di festa è più ricco ed elaborato: la gonna “de abordau” è sostituita da un tessuto più pregiato, generalmente a fiori piccoli e delicati. Il corpino è generalmente di broccato di vari colori; la camicia, sempre di seta bianca e ricamata, è ornata da una serie di bottoni in finissima filigrana d’oro e d’argento. Il grembiule e lo scialle sono altrettanto ricamati con gusto, così pure il fazzoletto per la testa che è sempre di seta finissima.
Il costume maschile è più semplice e meno appariscente e si accomuna a quello di molti altri paesi della Sardegna centrale. Esso è caratterizzato da pantaloni in panno o in tela bianca, “is cratzonis de arroda”, molto larghi e sorretti da una cintura di lana posta attorno alla vita, da un gonnellino nero, in orbace molto largo, che serve per nascondere la cintura e abbellire il costume; da una camicia di tela bianca con delle pieghe sul davanti, il colletto alla coreana (“su tzughittu”) e le maniche strette ai polsi; da un corpetto d’orbace che d’inverno è sostituito da un giaccone nero, pure in orbace.
Completano il costume un copricapo in panno nero, “sa berritta”, sotto il quale c’è un grande fazzoletto a fiori colorati, “su tribanti”, e “is cratzas”, le uose di lana ruvida, strette sotto le ginocchia, da una cinghietta di pelle con fibbie metalliche.
Anche il costume maschile del giorno di festa s’impreziosisce e s’arricchisce di nuovi ornamenti.

Ultimo aggiornamento

Mercoledi 06 Maggio 2020